Necropoli etrusche di Cerveteri e di Tarquinia

 

UNESCO:

Le Necropoli Etrusche di Cerveteri e Tarquinia vennero iscritte nella World Heritage List dell’UNESCO nel 2004 e il primo Piano di Gestione, documento strategico programmatico, fu redatto nel corso del 2003, in occasione della candidatura a Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Si tratta del primo Piano di Gestione realizzato per i siti italiani.

L’evoluzione del contesto culturale, istituzionale ed economico di riferimento e il necessario adeguamento alla successiva normativa – d.lgs. 42/2004 (codice dei beni culturali e del paesaggio); normative in merito agli strumenti urbanistici e di tutela paesaggistica (PTPR); Linee guida WHC e Mibact sulla redazione dei Piani di Gestione – rendono oggi necessario l’aggiornamento del Piano stesso per garantire la conservazione e la fruizione dell’eredità storica e culturale di cui il sito è testimone. Per questo motivo è stato attivato un tavolo tecnico per elaborare l’aggiornamento del Piano di Gestione dei siti.

I criteri sulla base dei quali i siti di Cerveteri e Tarquinia sono stati iscritti nella lista del Patrimonio mondiale sono i seguenti:

  1. “rappresentano un capolavoro del genio creativo umano”: La necropoli di Cerveteri mostra in un contesto funerario gli stessi schemi di pianificazione urbana e architettonica in uso nella città antica; i dipinti su grande scala della necropoli di Tarquinia sono eccezionali sia per le loro qualità formali che per i contenuti, i quali rivelano aspetti della vita, della morte, delle credenze religiose degli antichi etruschi.
  2. “Hanno esercitato un’influenza notevole, in uno periodo specifico o in un’area culturale determinata, sullo sviluppo dell’architettura, delle arti monumentali e della creazione del paesaggio”: con i loro peculiari caratteri le due necropoli hanno entrambe influenzato sia i paesaggi che la forma di molte altre necropoli nella stessa area, le quali tuttavia non hanno eguagliato i caratteri grandiosi e specifici dei due modelli;

iii. “Costituiscono una testimonianza unica o eccezionale di una civiltà scomparsa”: le due necropoli rappresentano una testimonianza unica ed eccezionale dell’antica civiltà etrusca. Le tombe dipinte di Tarquinia sono inoltre l’unico documento in nostro possesso della pittura greca su larga scala che è andata quasi interamente perduta;

  1. “Offrono un considerevole esempio di un tipo di costruzione, di complesso architettonico o di paesaggio che rappresenti la testimonianza di un importante periodo della storia umana”: a causa della quasi totale scomparsa degli antichi edifici etruschi, la Necropoli di Cerveteri rappresenta la più completa ed imponente testimonianza di una città etrusca nel suo impianto topografico ed urbanistico ed offre un’insostituibile rappresentazione dell’architettura in tutta la sua complessa varietà;
  2. “Sono associati a tradizioni, eventi, idee, credenze o opere letterarie”: le due necropoli hanno ispirato opere letterarie o figurative a partire dal Rinascimento e fino all’età contemporanea. Alle loro architetture e pitture si sono ispirati tra gli altri: Michelangelo, Schifano e Matta. Per comprendere infine come la cultura etrusca abbia influenzato l’ambito letterario, si devono leggere le pagine evocative sui luoghi etruschi di Cerveteri e Tarquinia scritte dal romanziere inglese D.H. Lawrence.

 

Ultimo ma non meno importante, le tombe dipinte di Tarquinia rappresentano un capitolo importante nella storia del restauro di dipinti antichi: queste pitture furono infatti le prime ad essere distaccate utilizzando le più innovative tecnologie allora conosciute dall’Istituto Centrale del Restauro (Cesare Brandi).

 

Descrizione dei siti:

 

Il sito comprende le due necropoli della Banditaccia e di Monterozzi, i principali cimiteri delle antiche città-stato etrusche di Cerveteri e Tarquinia.

Gli etruschi crearono la prima cultura urbana del Mediterraneo occidentale, cultura che si sviluppò per circa 700 anni, dall’VIII al I secolo a.C. in quella regione dell’Italia centrale – corrispondente al Lazio settentrionale ed alla Toscana – alla quale l’imperatore Augusto dette il nome di ‘Etruria’ nel 27 a.C. Cerveteri e Tarquinia furono tra le più importanti città-stato etrusche e le loro necropoli,  quasi interamente conservate, costituiscono la più significativa testimonianza della civiltà etrusca giunta fino a noi. I monumenti funerari nelle due necropoli hanno preservato la loro forma architettonica e le loro decorazioni fino ai nostri tempi. Le due necropoli differiscono sostanzialmente l’una dall’altra ed ognuna rappresenta il più esteso e significativo esempio di una specifica tipologia.

 

 

La necropoli della Banditaccia a Cerveteri

La Necropoli della Banditaccia di Cerveteri, preservata nella sua interezza, è la più grande tra quelle che circondano la città dell’antica Caere ed è di gran lunga tra le più vaste del mondo antico.

Il sito, che si estende su 20 ettari, contiene migliaia di sepolcri realizzati tra l’VIII al II sec. a.C., organizzati in modo simile ad una pianificazione urbana, con strade, piazzette e quartieri. Sono attestate diverse tipologie di sepolcri: trincee scavate nella roccia; tumuli, spesso contenenti più di una tomba; ed altri, sempre scavati nella roccia, a forma di capanne o casette, con strutture riccamente dettagliate.

La tipologia delle singole tombe, completamente costruite in tufo, costituisce, anche nella concezione architettonica e nelle decorazioni interne, un unicum non paragonabile a nessun altro complesso esistente nel territorio etrusco e in qualsiasi altra parte del mondo; le tombe sono riproduzioni fedeli della tipica struttura delle case etrusche ed in tal modo forniscono un esempio unico di architettura civile dall’età arcaica al periodo tardoellenistico.

Nella sua unicità architettonica Cerveteri non ha confronto con nessun complesso sepolcrale dell’Etruria né di nessun’altra cultura dell’Italia antica o dell’intero bacino del Mediterraneo. Sebbene le tombe a forma di tumulo siano ben note, esistendo in un gran numero di differenti civiltà, nessuna necropoli può essere confrontata con quella di Cerveteri. Ciò perché qui l’intero complesso monumentale replica la struttura della città antica e le tombe stesse riproducono piani, decorazioni, arredi e forme tipiche delle abitazioni etrusche. Essa rappresenta dunque una riproduzione perfetta della città abitata dai vivi e contribuisce in grande misura alla conoscenza della civiltà etrusca anche per ciò che riguarda gli aspetti della pianificazione della città.

La parte principale della necropoli della Banditaccia è stata recintata e resa fruibile al pubblico. Vi si trovano numerosissimi sepolcri di altissimo valore artistico, quali la Tomba dei Capitelli degli inizi del VI sec; le quattro tombe (Tomba dei letti funebri, Tomba della capanna, Tomba dei Dolii, Tomba dei Vasi Greci) con lunghi dromoi (corridoi) e varie camere sepolcrali contenute all’interno del Tumulo II che è appartenuto a un’importante famiglia gentilizia e con i suoi 40 mt. di diametro è uno dei più grandi della Necropoli; la Tomba dei Rilievi, tra le più belle della necropoli, appartenuta alla famiglia dei Matuna, il cui nome deriva dal fatto che al suo interno erano riprodotti a rilievo in stucco dipinto gli elementi del corredo funerario, come armi e oggetti di uso comune.

Molti dei reperti ritrovati in queste necropoli sono conservati al Museo Nazionale Cerite, inaugurato nel 1967. Il Museo è situato nel centro storico della città, ospitato all’interno del vecchio castello (Rocca) donato allo Stato dai principi Ruspoli. Le raccolte documentano le varie fasi culturali di tutto il territorio cerite: la fase più antica, rappresentata dai corredi sepolcrali della necropoli del Sorbo (IX-VII sec. a.C) e l’età più fiorente della città, illustrata dai materiali provenienti dalla necropoli della Banditaccia e da quella di Monte Abatone, oltre che dagli scavi della Civita. La sala superiore del Museo è arricchita da una serie di sarcofagi di età ellenistica, rinvenuti nella Tomba dei Tasmie e nella Tomba dei Sarcofagi, entrambe collocate al di fuori del recinto della Necropoli della Banditaccia, nell’area denominata “Tombe del Comune”. Accanto a questi manufatti, la sezione museale presenta una serie di lastre dipinte provenienti dal tempio di Hera e una splendida statua di Caronte proveniente dalla necropoli di Sant’Angelo. Nella stessa sala sono anche conservati diversi ex-voto anatomici e alcune terracotte architettoniche.

 

 

La necropoli di Montarozzi a Tarquinia

Secondo la tradizione Tarquinia, Tàrchuna/Tàrchna, era la più antica e la più importante delle città etrusche, fondata da Tarchon, fratello o figlio dell’eroe Tirreno. Tarquinia si trova alla base dell’albero fluviale costituito dal Marta, in posizione strategicamente favorevole, tanto da accogliere già un significativo e fiorente centro di città villanoviana nel IX-VII secolo a.C. Ma la fase decisiva del suo sviluppo iniziò alla fine del VII secolo, quando fondò lo scalo marittimo di Graviscae. Divenuta città, si aprì al mondo greco e mantenne la sua prosperità e potenza per tutto il VI secolo. Dopo un periodo di declino divenne nel IV secolo a.C. la principale potenza del mondo etrusco, ponendosi come antagonista di Roma. Da questa poi sottomessa, sopravvisse fino all’età imperiale ma già nel III secolo d.C. era in completa decadenza e in rapido spopolamento.

La necropoli di Tarquinia, conosciuta anche come Monterozzi, contiene 6000 sepolcri scavati nella roccia. Con i suoi 130 ettari, è il complesso più esteso che si conosca.

La necropoli di Monterozzi si estende a sud-est dell’attuale cittadina e a sud del colle su cui sorgeva la Civita etrusca. Il luogo deriva il suo nome dalle caratteristiche dello stesso paesaggio archeologico costellato dai molteplici tumuli creati dagli ipogei. Vi si trovano una grande varietà di tipologie sepolcrali, quasi tutte originariamente dotate dei preziosi corredi, ora perduti, ma la maggior parte conserva ancora intatto il grande patrimonio pittorico che le decorava. Il sito conserva infatti un complesso di 200 tombe dipinte, risalenti ad un arco temporale compreso tra il VII e il II sec a.C., che costituiscono la principale e più grande testimonianza nel Mediterraneo della pittura classica dell’età preromana.

L’uso di decorare con pitture le camere sepolcrali è documentato anche in altre città etrusche ma soltanto a Tarquinia è possibile trovarne una gamma così vasta. Il fenomeno delle tombe affrescate è attestato anche in altre culture dell’Italia preromana (in Campania, a Paestum e in Puglia), ma si tratta di camere sepolcrali isolate assai più spesso di sarcofagi funerari, cassoni, testimonianze di culture indigene di natura strettamente locale. I dipinti funerari di Tarquinia costituiscono dunque non soltanto una fonte insostituibile di conoscenza della vita, degli usi e delle credenze religiose degli etruschi ma essi sono anche la nostra unica fonte di conoscenza della pittura greca che è andata quasi interamente perduta. È ormai sicuro che almeno alcune delle più antiche tombe di Tarquinia furono infatti affrescate da pittori greci che viaggiavano in Etruria al servizio della ricca aristocrazia locale.

Le tombe, scavate nel tufo, erano raggiungibili tramite un lungo e stretto corridoio, il ‘dromos’; le pitture avevano colori vivacissimi: rosso per le figure maschili, bianco per quelle femminili ma anche azzurro e verde. Tra le più importanti ricordiamo:

la Tomba delle Leonesse, che deve il suo nome alla coppia di felini uno di fronte all’altro (forse si tratta di pantere) dipinta ai lati della mensola sulla parete di fondo, su cui è raffigurato un grande cratere intorno al quale si collocano due suonatori e due gruppi di danzatori. Sulle pareti laterali vi sono quattro personaggi sdraiati come nelle scene conviviali. Un fregio continuo con uccelli e delfini guizzanti su onde marine borda tutta la camera sepolcrale;

la Tomba della Caccia e della Pesca, famosissima per le scene del secondo ambiente caratterizzate da una fresca vivacità nella rappresentazione dell’ambiente dove si collocano dei pescatori in barca e un uomo che si tuffa da uno scoglio;

la Tomba dei Caronti, a due piani, con le finte porte intagliate fiancheggiate ciascuna da due figure di demoni infernali (Charun o Caronti) accompagnati da iscrizioni indicanti le relative funzioni;

la Tomba dei Leopardi, ad un solo ambiente, con la parete di fondo decorata da una scena di banchetto, con tre coppie distese sui letti (una è composta da due uomini); i servi, sulla parete di sinistra ed i suonatori sulla destra, sono ritratti con grande vivacità ed immediatezza; elementi decorativi colorati ornano la trave centrale e gli spioventi del vano;

la Tomba della famiglia degli Anina, ha una panchina lungo le mura scavata per ospitare le ceneri o fare da supporto ai sarcofagi con coperchi a forma di tetto;

la Tomba dell’Orco, composta dai vani di due tombe contigue poi unificate con un passaggio cassettonato. La tomba, in origine interamente dipinta, oltre alla famosa immagine della ‘fanciulla Velcha’ conserva l’altrettanto nota scena mitologica con l’accecamento di Polifemo;

la Tomba degli Auguri composta da una sola camera, che presenta sulla parete di fondo una finta porta ai lati della quale due uomini, forse sacerdoti, sostano in atteggiamento di preghiera e compianto. Su una parete è raffigurato il crudele gioco del Phersu (maschera) nel quale un individuo mascherato aizza un cane contro un condannato che deve difendersene avendo la testa incappucciata;

la Tomba di Tori, una delle tombe più antiche, con una struttura articolata formata da un atrio in fondo al quale si aprono gli accessi a due celle con panchine. Lo spazio della camera centrale è sottolineato da fasce policrome con melograni, al di sotto delle quali si iscrivono le due porte fra le quali è raffigurato Achille che tende l’agguato a Troilo;

la Tomba del Barone, con dipinto il ricorrente e delicato tema del commiato. Sulla parete di fondo, il marito prende congedo dalla sposa alla presenza di due giovani cavalieri (i figli?); sulla parete di sinistra la madre si separa dai figli mentre su quella di destra è raffigurato il commiato di uno dei figli dal fratello.

Gli arredi funerari rinvenuti con gli scavi delle tombe di Tarquinia e gli affreschi di alcuni ipogei dipinti che sono stati distaccati sono ora conservati nel Museo di Tarquinia, inaugurato nel 1924, situato nel centro storico di Tarquinia all’interno del Palazzo Vitelleschi del XV sec. Il museo, che si incrementa di continuo con i materiali provenienti dagli scavi condotti dalla Soprintendenza per l’Etruria Meridionale, oltre ai dipinti staccati dalle tombe della necropoli di Monterozzi (Tomba delle Bighe, Tomba della nave, Tomba del Triclinio) espone anche quelli provenienti dalle altre cittadine che, come per Cerveteri, coprono un arco di tempo molto lungo che inizia nell’età del ferro.

 

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